• Release Date Apr 19 2006
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Un disco “live”: in presa diretta, dunque, ma soprattutto senza accomodamenti successivi. Le note di copertina si aprono su questa opportuna precisazione di Rocco Patriarca, che evidenzia lo scopo di un lavoro che riuscisse a rendere il più fedelmente possibile l’atmosfera del concerto, dove non tutto è perfetto ma proprio per questo tutto è molto più fedele: i suoni di ambiente (i diversi riverberi degli strumenti, gli applausi, nel caso anche i rumori) sono infatti parte integrante di un concerto, e rendono un disco “live” – giustamente – più vissuto (alzi la mano chi non ricorda i due leggendari cd tratti dalle esecuzioni live del trio di Bill Evans al Village Vanguard nel 1961). Tutto questo per sottolineare l’importanza della ricerca estetica del suono, ma anche – e non meno direttamente – per evidenziare la professionalità del gruppo e le intense atmosfere che sa costruire esattamente così come le ha realizzate.
Ma veniamo al dunque. L’impostazione della voce di Coclite, sebbene nella sua interpretazione sia chiaramente rintracciabile la presenza di Stevie Wonder (di cui tra l’altro è qui presente “Knocks me off my Feet”) ci ha richiamato alla mente soprattutto James Taylor: leggermente nasale, “bianca”, con un retrogusto malinconico. Caratteristiche che risultano quanto mai appropriate per il tipo di composizioni proposte (sei su nove dello stesso leader), di forte impatto melodico e a cavallo tra il pop e il jazz. Una volta ascoltati i brani riesce difficile, in effetti, immaginarli interpretati da una voce diversa. Anche quando Coclite improvvisa il suo richiamo è soprattutto all’America bianca: nello skat di “Give your Love”, o in quelli pur brevi ad esempio di “Who am I?” e “You are Simply Yours”, si avverte in modo evidente la lezione di Chet Baker. Vari e importanti riferimenti, dunque, sintetizzati con grande coesione e personalizzati entro una dimensione di robusta coerenza (fa eccezione forse la solitaria e notevole interpretazione di “Georgia on my Mind”, in cui Coclite strizza più da vicino l’occhio alla negritudine: ma sfido chiunque a cantare “Georgia” senza pensare a Ray Charles!).
Lo spazio dedicato a queste osservazioni ha ridimensionato quello da destinare ai musicisti, ma ovviamente qui sarebbero molte, ed elogiative, le parole da spendere: a partire dallo stesso Coclite, pianista raffinato, dal pregevole senso melodico e solido senso ritmico, per passare ai due fiati Bosso e Mandolini, che in maniera diversa (più spumeggiante e “hard” l’uno, più riflessivo e “cool” l’altro) ci offrono ancora una volta una grande lezione di gusto e musicalità, per finire con la rocciosa sezione ritmica, da Bulgarelli, contrabbassista di razza pura che disegna tappeti su cui muoversi in tutta sicurezza, a Di Leonardo eMarcozzi, attenti e articolati nelle figurazioni e sempre vitali nella pulsazione. Bel concerto, bel disco.